Ego e pronomi

Data: 29-05-2013

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Il modo in cui parliamo di noi stessi riflette la nostra capacità di relazionarci agli altri: l’uso più frequente dei pronomi in prima persona singolare rispetto al plurale suggerisce problemi nelle relazioniinterpersonali e la tendenza a manifestare i sintomi della depressione. Lo dimostra un’indagine condotta da un team di psicologi tedeschi e austriaci i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Research in Personality.

I 118 pazienti esaminati, quasi tutti in terapia per problemi come disturbi alimentari e ansia, sono stati sottoposti a interviste mirate ad analizzare gli aspetti della personalità collegati alle relazioni sociali. Contando i diversi pronomi personali utilizzati nelle risposte e analizzando la loro frequenza di utilizzo, i ricercatori hanno osservato che il maggiore uso dei pronomi singolari, come “io” e “me” rispetto a quelli plurali, come “noi”, è tipico di persone che hanno difficoltà nei rapporti sociali.

Secondo gli autori dello studio, parlare spesso in prima persona singolare sarebbe un sintomo di ciò che gli esperti chiamano “stile invadente”, un comportamento caratterizzato dalla continua ricerca di attenzione, da atteggiamenti confidenziali fuori luogo e dall’incapacità di stare soli. “L’uso della prima persona singolare”, affermaJohannes Zimmerman, ricercatore dell’Università di Kassel e primo autore dello studio, “rientra in un insieme di atteggiamenti che i pazienti assumono per attirare l’attenzione degli altri mettendo se stessi in secondo piano e percependosi come un’entità distaccata da chi ci circonda”. Al contrario, l’uso dei pronomi in prima persona plurale rifletterebbe una maggiore integrazione nelle relazioni sociali e quindi una minore sofferenza nei rapporti interpersonali. In questo caso le interazioni sarebbero mediate da un atteggiamento definito di tipo “freddo”, funzionale a garantire relazioni più “sane” grazie a un giusto distacco che possa far sentire i soggetti in qualche modo più protetti.

Parallelamente, con le interviste è stato valutato il rischio di depressione ed è emerso che i soggetti con uno stile relazionale di tipo “invadente”, cioè quelli più propensi a utilizzare la prima persona singolare, hanno una maggiore tendenza a manifestaresintomi depressivi.

“Sia chiaro che l’abitudine a parlare in prima persona singolare”, aggiunge Zimmerman, “non è la causa dei problemi relazionali ma può essere un buon indicatore di come le persone vedono se stessi e si relazionano abitualmente con gli altri”. 

Riferimenti: Journal of Research in Personality doi: http://dx.doi.org/10.1016/j.jrp.2013.01.008

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